Editoriale a cura del Dr Corbo e del Dr PancianiI Disordini del Pensiero, fra Talento e Dannazione: il caso Maradona

Napoli – 3 luglio 1990. A 30 anni inizia il declino sportivo di uno dei personaggi più influenti del mondo del calcio. In realtà il declino umano era iniziato tanto tempo prima quando non aveva saputo sottrarsi al richiamo che esercitava su di lui la cocaina. Definirlo solo “talento” è riduttivo, perché un uomo in grado di dividere l’opinione pubblica per intere generazioni non può essere inquadrato esclusivamente per la sua professione.
La storia inizia col sogno di un bambino che diventa realtà; uno sportivo che dal nulla diventa idolo e guida delle sue squadre, trascinate col carisma a traguardi mai raggiunti prima. La ricerca di grandi stimoli diventa motivo di vita e motore di ogni sua azione. Senza obiettivi il campione si spegne ed abbandona gli abiti del fenomeno; emergono debolezze e frustrazioni di un personaggio che non riesce ad accettare di essere semplicemente un uomo. Un uomo che ha inseguito sempre l’affetto di tutti senza mai riuscire a colmare quel vuoto che si portava dentro e che lo faceva sprofondare nel baratro.
Dipendenze, violenza e depressione diventano le uniche vere e fedeli compagne di Maradona, oscurate dalla sua straripante potenza sportiva e mediatica. Il complesso mercato legale ed illegale sorretto dal campione argentino riceve l’ipocrita e compiacente copertura del sistema calcio, che non considera l’importanza dell’uomo, ma solo il valore economico del suo talento.
Maradona scopre di essere solo durante la semifinale del Mondiale giocato in Italia nel 1990. Parte della sua gente gli volta le spalle proprio a causa del suo talento, che la cabala ha voluto si esercitasse proprio contro il paese che lo amava. Il crollo del mito diventa accanimento personale, che porta alla luce tutti i difetti di un uomo, tanto straordinario nella professione, quanto fragile nella vita.
L’estrema eterogeneità di giudizio che si può avere su Maradona è testimonianza diretta del valore simbolico della sua persona. La realizzazione dei suoi sogni è stata completamente oscurata dalla sua fragilità e dall’ipocrisia delle persone che lo hanno assistito.
I disordini del pensiero possono colpire qualsiasi uomo, sano o affetto da malattie neurologiche o psichiatriche, costringendolo ad una vita surreale, rivolta alla costante ricerca di fantomatici obiettivi imposti dalla società.
I sogni alimentano il nostro vivere quotidiano; traguardi e passioni devono sempre essere perseguiti con entusiasmo, per il loro intrinseco potere che genera gratificazione nell’individuo. Tuttavia, la realizzazione personale non può prescindere dal benessere interiore. L’esempio di Maradona può indicare alla società l’importanza di non sacrificare la propria vita alla ricerca di successi materiali, il cui raggiungimento può risultare straordinario quanto effimero come un gol segnato alla finale di un Mondiale.
Il ricordo che vogliamo conservare di questo immenso calciatore è quello del 19 aprile del 1989, Monaco di Baviera, ritorno della semifinale di coppa Uefa, Maradona, con gli scarpini slacciati, esegue tutto il riscaldamento ballando col pallone sulle note di “Live is life” del gruppo austriaco Opus. Gli avversari furono devastati psicologicamente ed i compagni galvanizzati e la sua squadra riuscì ad arrivare in finale. Quel Maradona era il compagno di squadra che tutti vorrebbero, era un inno alla vita, era un esempio per chiunque combatta una battaglia, anche per un malato.

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